Libri: intervista allo scrittore Paolo Gambi, poeta della contemporaneità.

“C’è un virus più infettivo e mortale del coronavirus. Un virus che ci sta infettando tutti senza che neppure ce ne accorgiamo. Un virus che ci fa chiudere nelle nostre piccole convinzioni e ci fa vedere l’altro, il diverso, quello che non appartiene al nostro gruppo, alla nostra ideologia o alla nostra identità (le conchiglie del paguro!) come un nemico da abbattere, da sconfiggere, da annientare. Un virus diabolico che ci divide e nutre il nostro odio. Ecco, questo virus è veramente il morbo di questa contemporaneità imprigionata negli schermi dei social. Stiamo sperimentando un vaccino. É fatto di sorrisi, abbracci e pomeriggi all’aperto. Quando saranno finite le sperimentazioni inizieremo a regalarlo. Cercasi agenti di commercio per divulgarlo”: è questo un vero e proprio messaggio di pace, lanciato di recente da Paolo Gambi sul suo profilo social. Un messaggio che oggi più che mai dovremmo fare nostro. Lo scrittore, definito “poeta della contemporaneità”, è un ex mental coach e ha fatto della crescita personale il fil rouge della sua vita e della sua arte. Gambi ha da poco pubblicato su Amazon il suo ultimo libro “L’enigma del paguro, La memoria della magnolia, L’approdo del salmone”.

Qual è il senso della vita, per uno scrittore?
Forse lo scrivere stesso. In realtà penso esistano tanti sensi della vita quanti sono gli scrittori: non credo che Eco, Baudelaire e Sant’Agostino avessero in mente lo stesso senso della vita. Però l’arte è lo strumento giusto per porre questa domanda, in modo magari provocatorio e introspettivo. Ma alla domanda credo debba rispondere nella propria intimità ciascun essere umano.

Come si fa a diventare scrittore per professione?
Intanto bisogna aver letto una quantità di libri sufficienti a dire: non ricordo quanti ne ho letti. Poi basta iniziare a scrivere. Se è la nostra vocazione piano piano crescerò una comunità di lettori. Se poi per professione si intende anche “come si fa a vivere economicamente scrivendo” dipende dalla quantità di libri che uno scrittore è capace di vendere. Ho comunque fatto un intero videocorso su udemy per aiutare chi vuole provarci a chiarirsi le idee, e un altro su lifelearning per aiutare chi decide di farlo.

E’ possibile “guidare l’ispirazione”?
No. Credo sia l’ispirazione che guida noi. Diversamente non si fa arte, si scrivono cose poco interessanti.

Dove e quando scrive?
Sempre e ovunque. Durante la notte, al mattino presto, nei pomeriggi estivi in spiaggia… Quando arriva il flusso bisogna cavalcarlo come un surfista farebbe con un’onda. Quindi non esiste più dove e quando.

Parliamo del famigerato blocco dello scrittore: lei lo ha mai vissuto? E come lo ha eventualmente superato?
Di solito ho il problema opposto: mentre sto scrivendo un libro vorrei già iniziarne un altro. E questo è forse un problema maggiore. Il blocco dello scrittore in realtà è normale e fisiologico e certamente mi è capitato: ogni tanto bisogna fermarsi, far decantare e riprendere con occhi nuovi. Se deve passare, passa da solo. Altrimenti è un segno che bisogna andare oltre.

Lei ama definirsi “poeta della contemporaneità”. Dove trova la poesia nel mondo moderno?
In realtà sono gli altri che mi hanno attaccato questa etichetta: io a malapena definirei me stesso poeta e ancora non ho capito a cosa sono contemporaneo. Però per rispondere a questa domanda direi che la poesiprofilo2019a è dappertutto. È in un raggio di sole che taglia discreto l’illusione della realtà, nel fruscio di un albero nel parco che si fa accarezzare dal mistero del vento, negli occhi del mio nipotino che ancora ricordano il paradiso. Basta avere gli occhi giusti e la poesia fiorisce anche sul cemento.

Ha un forte legame con il mondo social e web. E’ cambiata, secondo lei, la scrittura con l’avvento dei social?
Completamente. I social sono un contenitore e richiedono un proprio contenuto, un proprio linguaggio. Quello che mettiamo su Instagram, per esempio, non so ancora se possiamo definirlo poesia o no. Su Instagram funzionano frasi brevi e possibilmente un po’ banali. Infatti la sfida che ho lanciato da tempo al mondo dei social è quella di provare a far avere successo a cose un po’ più poetiche di “nel cuore ho tanto amore”.

Sui social spesso dilaga l’odio, tanto che lei ha deciso di scrivere un vero e proprio messaggio di pace. Ce ne parla?
Serve uno scatto di consapevolezza. Moltissime persone usano i social solo per sfogare le proprie frustrazioni (che tutti abbiamo, sia ben chiaro). Così facendo hanno trasformato i social, specialmente Facebook in una fogna a cielo aperto. Non so se questi strumenti, che hanno una potenzialità straordinaria, siano oggi usati nel modo giusto. Per questo vanno inondati di messaggi di pace, di bellezza, di cose belle e costruttive. Io nel mio piccolo ci provo ogni giorno.

Ci parli della sua ultima opera, “L’enigma del paguro, La memoria della magnolia, L’approdo del salmone”.
È un cammino di crescita personale lastricato di versi. Un percorso che ho fatto e che propongo ai lettori. Si parte dall’inferno liquido della contemporaneità, dove tutto scorre, dove niente sta fermo né rimane ciò che è. Un vero inferno. E lì per sopravvivere dobbiamo innescare la logica del paguro, quell’animale che ha bisogno di una conchiglia morta – un’idea, un gruppo, un’ideologia o un’identità – che lo difenda da morte certa. Per salvarsi dal naufragio nel liquido servono relitti di legno, che con la vita diventano alberi e conservano la memoria dell’universo. Nella seconda parte infatti parlo del purgatorio arboreo. Ma per andare in paradiso bisogna nuotare controcorrente, proprio come fanno i salmoni che arrivano alla fonte della montagna salda.

Ha affermato che “mettere poesie su carta equivale e a ucciderle”. Allora perché farne un libro? Non sarebbe, invece, più giusto affermare che metterle su carta le rende immortali?
Tutto questo sta nella contraddizione dell’agire poetico. Chi mette poesia sulla carta uccide lo spirito di quelle parole che hanno bisogno di aria per vivere. Ma senza carta il rischio delle parole è di perdersi nel nulla. Io credo che le parole vere, quelle potenti che cambiano la vita, quando vengono scritte vengono cristallizzate e quindi sepolte nella loro forma di quel momento. Non possono più evolvere. Perché dunque ho scritto questo libro? Non lo so. Infatti sarebbe stato meglio non scriverlo, come recita qualche poesia. Ma è per questo che è nato il tour del paguro.

Com’è nato il suo tour “Un paguro in salotto” e come funziona?
Proprio per salvare la vitalità delle parole. Sto portando in giro per l’Italia questo momento di crescita personale fatto di poesie. Accompagno chi viene in un cammino che abbraccia inferno, purgatorio e paradiso. Lo sto facendo nei salotti, nelle librerie, nelle biblioteche e dovunque mi invitino. Se qualcuno è interessato mi contatti su Instagram o sui social. Vado dappertutto.

Sta già pensando al prossimo libro?
Forse è lui che sta pensando a me. E potrebbe uscire prima del previsto.

di Sonia Russo

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