Flavio Oreglio ci racconta la sua Anima Popolare – Intervista

E’ un grande ritorno sulle scene, quello di Flavio Oreglio che torna a riappropriarsi della sua storia e della sua natura “cantautorale” come fu agli esordi. Lo ha fatto ripartendo dallo Zelig che lo rese celebre come poeta catartico. Lo scorso febbraio in due serate, venerdì 15 e sabato 16 febbraio 2019, ha presentato in prima nazionale il suo nuovo progetto discografico “Anima Popolare” (Edito e prodotto da Long Digital Playing Edizioni Musicali, casa discografica milanese di recente nascita costituita da Luca Bonaffini). Lo abbiamo intervistato per farcelo raccontare.

Come nasce il progetto “Anima popolare”?
Tutto è iniziato nell’Oltrepò pavese, sull’appenino dell’Alta Valle Staffora, al Passo del Brallo, presso il Circolo dei Poeti Catartici che ho costituito nel 2015 per festeggiare i miei Trent’anni di palco. Da allora, ogni anno, il 18 di agosto, festeggiamo il Genetliaco del Circolo invitando amici a suonare nell’ambito del progetto culturale “Open Art Oltrepò” insediato nel Circolo stesso. Nel 2017 si sono presentati alla festa Stefano Faravelli e Matteo Burrone, due ragazzi che coltivano la “musica delle 4 province” (Pavia, Alessandria, Genova e Piacenza, punto particolarissimo dell’Italia, dove la Lombardia si incunea tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna). Si tratta di una musica particolare che viene suonata con pifferi costruiti in quelle valli secondo i canoni di una tradizione secolare. Stefano e Matteo mi hanno proposto di suonare qualcosa insieme e la scelta è caduta sulle canzoni della tradizione cantautorale milanese (per intenderci: brani di Fo, Gaber, Jannacci, Svampa, Gufi, Valdi…). Abbiamo provato e proposto quattro o cinque pezzi ed è stata una folgorazione. Il pubblico si è esaltato e ci ha spinti a intraprendere una collaborazione stabile. Da quella scintilla è nato un progetto che va da solo, noi lo stiamo rincorrendo.

Cosa ci vuoi dire con questo disco?
Non intendo farmi portatore di messaggi salvifici o pedagogici, se è questo che intendi.  Sicuramente io insisto sempre sulle idee che mi appassionano (come fanno tutti) ma le canzoni parlano da sole e si fanno capire benissimo. Non c’è bisogno di spiegazioni, basta solo predisporsi all’ascolto, perché questa è musica da ascoltare, non da “sentire”.

Il tuo nuovo progetto discografico e lo show live sono stati realizzati insieme al IMGP5116-2gruppo Staffora Bluzer. Quali sinergie, musicali e non, ci sono tra di voi?
Di fondo c’è una stima reciproca che si sta trasformando sempre più in amicizia. Ci divertiamo insieme giocando un ping pong creativo molto stimolante. Gli Staffora Bluzer sono propositivi e critici, io altrettanto. Stanno nascendo un’infinità di idee che sondiamo quasi quotidianamente, ogni giorno idee nuove da valutare e discutere insieme, ogni giorno ci sono sorprese e novità. Quello che sta succedendo mi piace molto.

C’è un pezzo che preferisci più di tutti di questo album?
“Ogni scarrafone è bello a mamma soja” dicono i miei amici di Napoli. A me i brani piacciono tutti, dal cuore di Anima Popolare (pietra miliare del progetto, scritta con Luca Bonaffini) alla follia di “Bluzer Revoliscion”, un capolavoro dell’assurdo. C’è un filo rosso che lega tutti i brani e che tiene insieme diverse radici solo apparentemente diverse. Sono molto contento di come suona “Il Bounty”, canzone per me importantissima perché parla del libero pensiero, argomento che mi appassiona molto.

Hai dichiarato che Anima popolare è una metafora. Di che cosa?
copertina definitiva OREGLIODi una concezione diversa del vivere. E’ lo spirito che guidava chi mi ha messo al mondo, la saggezza concreta nell’affrontare la vita, il coraggio di guardare l’esistenza negli occhi, il senso critico e pragmatico delle persone semplici. Non c’è nostalgia di fantasmagorici “bei tempi passati” ma il desidero di ritrovare quel respiro che ti permette di gustare momenti che nella frenesia di oggi passano inosservati. Il progresso non si ferma e non ha nemmeno senso cercare di fermarlo, l’umanità va avanti… resta da stabilire se progredisca o meno. Quando frequentavo biologia, studiando Darwin e l’Evoluzione, mi imbattei nel concetto di “regressione evolutiva”… è un concetto che mi dà da pensare ancora oggi. Anima Popolare è un invito a concedersi momenti al rallentatore, per avere il tempo di pensare, riflettere e godersi il paesaggio, fisico e culturale. Le bucoliche lasciamole a Virgilio.. è un tenere presente le radici senza trasformarle in barriere identitarie ad excludendum. Le radici sono colori che rendono variopinto un orizzonte sempre più cosmopolita.

Cantautore, attore, poeta catartico, cabarettista. Come si fondono in te tutte queste anime?
Non sono anime diverse che si fondono, ma modi differenti di esprimere la stessa anima. A me piace la parola, questo straordinario strumento di comunicazione che la natura ci ha messo a disposizione. La parola esprime significati e sentimenti, la parola può diventare monologo (se recitata) romanzo (se scritta) componimento poetico sia lineare che trasgressivo (scritto e recitato) canzone (se associata alla musica) sia sognante che satirica… Parto dall’assunto che gli esseri umani contengano tutte e due queste “facce” (per riallacciarmi al primissimo spettacolo che misi in scena nei primi anni ’80, “Le due facce di un uomo”).

OREGLIO-276In che modo convivono cabaret e canzone d’autore?
In modo del tutto naturale. La canzone d’autore è nata ed è stata sperimentata nel cabaret, fin dalle origini. Fin da quando Aristide Bruant cantava allo Chat Noir di Rodolphe Salis, fin da quando gli “Hydropathes” (gruppo di poeti sperimentatori guidati da Emile Goudeau) approfondirono l rapporto tra la musica e la poesia inventando la figura del poeta-performer. La storia del cabaret parla chiaro. I comici col cabaret non c’entrano nulla. Nel cabaret si ride, ma far ridere non è prerogativa dei soli comici. Per intenderci: Gaber faceva ridere moltissimo, ma solo un cretino potrebbe definire Gaber un comico.

Quando e come hai scoperto il dono dell’essere un artista a 360 gradi?
Da quando ho cominciato a usare il goniometro per misurare l’ampiezza dei miei pensieri. Di base sono un uomo retto, ma in certe situazioni mi ritrovo ottuso, anche se molti mi dicono che sono acuto.

Qual è il pubblico che preferisci, quello che ti seguiva ai tempi di Zelig o quello più sopraffino che, oltre alla tua vera ironica, coglie anche le sfumature più pregiate del tuo lavoro?
Questa domanda va presa con le pinze. Sottintende alcune sfumature sulle quali ci sarebbe da discutere. Contrappone il “pubblico di Zelig” a un “pubblico più sopraffino” dando per scontato che il “pubblico di Zelig” fosse un gradino sotto e sottintende anche il fatto che questo fantomatico e ipotetico “pubblico sopraffino” sarebbe tale perché in grado di cogliere “sfumature più pregiate” oltre la “verve ironica”, come se la “verve ironica” non avesse pari dignità delle “sfumature più pregiate”. Non condivido questo retro pensiero evidente anche se sottaciuto, ma ti posso dire che, indipendentemente dall’interpretazione delle tue parole, per me il pubblico è l’interlocutore cui mi rivolgo senza pensare a inscatolamenti di sorta. L’idea del “target” non mi è mai piaciuta. Io parlo a tutti senza distinzione di sesso, di razza o di età. Poi, ovviamente, c’è chi mi capisce, chi mi apprezza, chi mi trova antipatico, chi non mi sopporta. Non si può piacere a tutti, ma si può puntare a ottenere il rispetto di tutti. Gli unici che resteranno sempre esclusi da questo discorso sono gli invidiosi, i faziosi e gli stupidi, categorie che peraltro hanno tutta la mia disapprovazione.

Sei legato alla Long Digital Playing da un progetto triennale. Com’è stato tornare a collaborare con Luca Bonaffini? Foto 1
Conosco Luca da più di trent’anni, è stato uno dei primi artisti con cui mi sono trovato in sintonia pressoché su tutto. Le nostre strade, pur essendo distinte si sono incrociate a più riprese e ogni volta che ci siamo incontrati è nato qualcosa di bello. Abbiamo collaborato agli inizi sostenendoci reciprocamente nei primi approcci al mercato, ci siamo ritrovati dopo anni ed è nata l’epopea del “momento catartico”, abbiamo proseguito dando vita al progetto “Musicomedians” (che ha generato nell’ultimo anno l’”Archivio Storico del Cabaret Italiano”), ci ritroviamo oggi ed esce “Anima Popolare”… Più bello di così…

Nell’ottica di questo progetto triennale ci sarà anche un tributo alla scuola milanese. Ce ne parli?
Sì! è stato il punto di partenza (ricordi le vicende del Circolo dei Poeti Catartici?) ed è lo step di lavoro di cui ci stiamo occupando adesso. Siamo in sala d’incisione e stiamo realizzando un omaggio a quella scuola nata a Milano nei cabaret. Ma preferirei parlarne a tempo debito, quando daremo alle stampe il lavoro che stiamo preparando. Per il momento il nostro grazie a quegli insegnamenti è limitato alla rielaborazione di “Ma mi” di Strelher. E non è poco.

Prima di salutarci, ci regali una delle tue perle catartiche?
Volentieri…

Torno a casa e ti dico “Sei la donna della mia vita”
Ma tu, tu mi dici “Ti sei ubriacato di nuovo”
E io: “Ma amore, io ti amo, perché mi dici questo?”
E tu: “Perché sono tuo padre!”

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